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Tutte le volte (rare) in cui mi sono presentato in qualche ufficio mi chiedevano: «Professione?», la mia risposta era: «Disc jockey».
Negli anni ‘80 sulla carta d’identità mettevano le virgolette (“”“”“) per indicare «nessuna professione»; solo negli anni ‘90, e con la partita I.V.A., diventai un libero professionista. Minchia libero e pure professionista ma allora sono come un avvocato, un architetto, un dentista? Ma de che?! direbbero a Milano - città di cui sono solo originario; so solo che nel tempo le persone mi hanno continuato a chiedere: «Cosa farai da grande ?», e io sempre la solita risposta: «diiiiiiiiiisc jockeyyyyyyyyyy».
Bene, ora sono grande (42 anni all’ anagrafe, ma dentro molto di meno).
Per chi non lo sapesse la parola disc jockey vuol dire fantino del disco ovvero colui che cavalca la musica e che sopratutto prova gioia nel diffonderla, da non confondere con il dj, una «nuova» figura spesso legata solo alla moda del momento: di questi personaggi ne ho visti passare tanti nella mia carriera e molti sono anche passati a fare altri mestieri.
Certo, tutto questo ha contribuito a un evoluzione di generi e operatori nel mio campo ma, per me il vero disc jockey è uno che vive soprattutto «di e con» la musica.
Dopo questa introduzione doverosamente polemica (non a caso uno dei soprannomi che mi affibbiò Claudio De Tommasi era proprio «polemico il giusto») vorrei cercare di raccontare con la musica contenuta in questo CD l’evoluzione della mia prassione (professione/passione, anche questo è un remix), quella di un fratello d’arte (fratello di Faber); che negli anni ’80, oltre alla voglia di mettere i dischi e far ballare, cosa che adoro, si è cimentato nell’arte della registrazione prima usando le famose cassette stereo 4, poi il Revox con cui all’epoca riuscivo a fare molte cose miracolose; ho megamixato ed editato per varie radio private (vedi su www.lucacucchetti.com). Ah già, l’editing, che parola; proprio quella parola mi ha spinto a entrare nel mio primo studio che si chiamava grop 1984; lì feci un megamix, pure «screcciato» (in fondo sono sempre stato “un’arruvina puntine“!). Ricordo di essere impazzito vedendo un mixer 24 canali, un registratore multitraccia, gli effetti, le tastiere, i musicisti che andavano e venivano e mi chiedevo cosa ci stessi a fare io lì se l’unica cosa che sapevo suonare era il citofono (tra l’altro me lo hanno ri-detto anche di recente): la risposta è in questo disco!!!
Ho sempre amato collaborare e la lista delle persone con cui ho giocato, lavorato e con cui mi sono divertito è lunga. Ho cercato di avere persone vicino che mi potessero dare quello che cerco e che mi è sempre servito: il soul o più crudemente l’anima (non a caso sono nato il 6/6/66). Nella mia vita ho visto accendersi molte stelle, e tante sono addirittura finite nell’olimpo della musica leggera; eppure, quando li frequentavo erano loro a cercare di vedere e imparare come si faceva una cosa piuttosto che un’altra. Non ho mai amato i «portaborse»; se qualcuno girava con me era perché aveva quel qualcosa in più che forse solo io vedevo in quel momento ma poi il tempo mi ha dato quasi sempre ragione; quindi se c’era un Massimo Berardi, un Daniele Massucci o un Walter One, che erano maghi dei campionatori, non cercavo affatto di affossarli, al contrario erano ben venuti.
Molti «successi» cosiddetti underground - Ady House direbbe : «da ppe tera» - ci hanno fatto conoscere addirittura fuori dal Grande Raccordo Anulare: un cerchio a volte magico a volte malefico. Ma non in Italia! Sì perché esiste/va Nord Roma Sud, quindi quando dico fuori dal GRA intendo Europa. Insomma, dopo gli inglesi, siamo stati noi i promotori dei primi eventi rave. Ma al cuore di Roma, si sa, c’è un altro stato straniero; anche in quel caso la visione era giusta, confermata dagli eventi svizzeri prima e tedeschi dopo.
Tornando a me, il «suonatore di citofono» ma musicista dentro, è come se mi fosse scattata una voglia, un desiderio, (anche perché di solito mi accompagnavo a persone più competenti, più esperte) mi sto riferendo all’uso del computer. Tutto questo avveniva in coincidenza con le mie serate al Qube di cui sono stato direttore dal ‘94 al ’98;
e proprio in quell’ultimo piano del Qube ho registrato l’ultima canzone di questo cd: «Oh God in My Ass». In origine doveva essere un remix di «The House of God» ma io sono uno che ha sempre stravolto le canzoni; lo feci sentire al mio padrino Alvaro Ugolini della X Energy, che già mi aveva dato del «pazzo» (in particolare i suoi collaboratori) quando gli chiesi di prendere il pezzo in licenza nel 91 (cosa che fece).
Non cambiò idea sulla mia follia dicendo - giustamente e lo dico a distanza di dieci anni - questo è un altro pezzo, avevi ragione Alva’... una pezza pazza... eh sì.
Una grande pezza quando feci entrare nell’appartamento all’ultimo piano del Qube un chitarrista presentatomi da Sandro Marani, (un vero fratellone). Ricordo che stava ascoltando i miei virtuosismi al Cubase, un software che proprio allora stavo imparando ad usare, un programma che mi rendeva «onnipotente» anche perché mi consentiva di editare una traccia alla volta, possibilità che sognavo e immaginavo già dalla metà degli anni Ottanta. Il chitarrista mi chiese cosa dovesse fare, lui che aveva suonato con tutti i maggiori cantanti italiani (andate a vedere il suo myspace). Mentre parlavamo, sotto andava il pezzo, tutta jungle a 170 bpm con la voce di una porno star che urlava di piacere arrivando ad esclamare la frase che dà il titolo a quel manicomio; io attonito nel vederlo così «normale» gli dissi ‘A Nico’ falla fischià’.
Beh devo dire che prima avevo curato diverse produzioni con vari chitarristi ma stavolta fu diverso. Quando iniziò a far fischiare la sua Casio - sì una Casio - il risultato fu folgorante per le mie orecchie, sembrava un alieno che pur essendo finita la base continuava a suonare sul clic, e dovetti sudare sette camice per montare sopra il suo solo demoniaco le varie parti di arrangiamento...